Sommario
Per chi va di corsa l'essenziale è che le tecnologie del nostro tempo, in particolare il telelavoro, fotovoltaico domestico o su capannone con stoccaggio, EV integrata, popolarizzazione ovvero crollo dei prezzi e aumento dei volumi per un mare di apparati (esempi nel medicale per piccoli ospedali, ma vale in generale), automazione industriale verso le dark factories, logistica, fanno si che la città densa del XX secolo sia un passivo economico, energetico, sociale, tenuto in piedi da interessi immobiliari-finanziari e da abitudini collettive.
I numeri della prima sezione sono il punto di forza più solido, se volete solo le fonti già lei vi basta per capire.
Se volete presentazioni di altra natura e più fruibili consiglio:
Ed il moltiplicarsi di iniziative analoghe e bacheche di ricerca lavoro da remoto come https://italiaremote.com/
Dalle conclusioni potete osservare che questo pezzo è solo una mappa, una base da cui partire per studiare un tema ben più vasto che arriverà in futuro a descrivere un sistema economico alternativo, realistico, possibile e sperabilmente una via abbastanza incruenta per arrivarci. L'aspetto incruento dipende largamente sin d'ora dalla consapevolezza dei più.
Un'evidenza che non si discute: i numeri
Il telelavoro è, per ogni mestiere da scrivania, un passaggio ovvio. Non un'opinione: una somma di misurazioni. Lavorare da remoto taglia fino al 54% dell'impronta di carbonio del lavoratore, mentre l'ibrido (2-4 giorni a casa) vale un -11/29%1. Lo stesso studio stima che il passaggio completo al lavoro remoto possa tagliare fino al 58% dell'impronta carbonio totale (includendo il mantenimento degli stessi al di là del lavoro), con la scoperta complementare che l'impatto dell'ICT è negligibile rispetto ai consumi di itinere ed energia degli uffici: il server inquina enormemente meno dell'open space. I grandi edifici, uffici e appartamenti, sottoutilizzati per meno di 12h/giorno (uffici circa solo di giorno, appartamenti circa solo di notte) sono un puro spreco, non un investimento2. Quanto ai combustibili: le stime di riferimento per gli USA parlano di oltre 640 milioni di barili di petrolio all'anno risparmiati in uno scenario di telelavoro per metà settimana lavorativa3. Che non si tratti di un lusso d'élite lo prova Dingel & Neiman: circa il 37% dei lavori negli USA può essere fatto da casa4.
Sul fronte monetario i numeri sono altrettanto netti. Per l'azienda, le stime conservative di Global Workplace Analytics valgono $11.000 pro capite all'anno risparmiati dall'azienda in un regime di telelavoro solo per metà settimana (produttività che sale, costi immobiliari e arredi, assenze per malattie lievi, turnover per esaurimento da ufficio)5. L'aumento di produttività non è una stima: nell'esperimento controllato di Bloom e colleghi su Ctrip, i 250 dipendenti assegnati al lavoro da casa hanno mostrato un +13% di performance, meno pause e assenze, con risparmi dell'ordine di $2.000 per lavoratore, al punto che l'azienda ha poi esteso la prassi a tutta l'azienda6. Uno studio del Parlamento Europeo conferma il quadro a livello UE7. Per il lavoratore, l'azzeramento dell'itinere si traduce in circa -20% di costi di trasporto8.
Non è solo efficienza ma anche inclusione. La Banca d'Italia, su dati amministrativi che coprono tutta la popolazione dei lavoratori remoti italiani, osserva che l'aumento del lavoro da casa ha innalzato sia la partecipazione sia l'occupazione a livello di mercato locale, con effetti più forti per le donne in età fertile dove i servizi per l'infanzia scarseggiano, oltre che nel Sud e nelle aree meno densamente popolate9: il telelavoro riporta al lavoro chi la città in presenza esclude, e riequilibra i redditi sul territorio meglio di decenni di politiche di sviluppo.
La Francia ha realizzato uno studio pubblico sul tema: l'IFPEB 10 e l'ADEME11 misurano un calo dei consumi di carburante tra -25% e -35%, un aumento contenuto dei consumi domestici lavorando da casa +8%, per una riduzione dei costi energetici totali tra -60% e -75%. In Italia il Sole 24 Ore pubblica: con lo smart working è possibile tagliare fino al 75% delle emissioni di CO_212 che ovviamente sono carburanti risparmiati.
Somma semplice: benefici enormi per i più: lavoratori, ambiente, aziende e Stato, costi (perdite di ricavi) concentrati su pochissimi attori. Ed è esattamente qui che la storia smette di essere una ricognizione tecnica e diventa un caso di studio sociologico.
Chi ci perde e quindi rema contro
Perché una prassi che avvantaggia quasi tutti incontra una resistenza così organizzata? Perché danneggia il grande capitale in tre dei suoi pilastri.
Il credito immobiliare
Le banche sono pesantemente esposte sul credito immobiliare commerciale, le banche regionali USA con già molti fallimenti lo sono fino al collo: negli ultimi dieci anni hanno quasi triplicato i prestiti CRE, oggi oltre 1.600 miliardi di dollari di mutui commerciali sui loro bilanci, per tre banche regionali su quattro la categoria più grande del portafoglio e per quasi la metà sopra le soglie di attenzione regolatoria13. Ogni ufficio svuotato, ogni piano di edificio d'uffici che perde l'affitto di un'azienda (siamo al 50% di occupazione a spanne14, i numeri sono USA ma sono circa gli stessi da noi), è un'ipoteca sulla tenuta di quel patrimonio. La città che ha già perso le fabbriche con la globalizzazione degli anni '70, oggi è sostanzialmente solo servizi: l'ufficio in presenza è l'ultimo motore economico rimasto. Il ritorno in ufficio non è questione organizzativa, è una politica di sostegno agli attivi in bilancio. La crisi del 2008 la ricordiamo tutti, e ricordiamo chi l'ha causata e largamente fatta pagare a terzi, la prossima è ben maggiore per estensione e portata.
Gig economy e fast tech
Il telelavoro si compie su desktop, macchine la cui vita utile reale è circa decennale. In presenza invece regnano cloud+mobile: smartphone, tablet, smartwatch, fast tech da sfoggiare come status symbol per le vie del centro e negli uffici, lo stesso meccanismo psicologico del fast fashion. Se l'ufficio svuota, svuota anche la vetrina sociale che giustifica il ricambio frequente del dispositivo come dell'abito accumulando montagne di rifiuti nel terzo mondo per sopramercato.
Come ho già osservato parlando del significato dei quartier generali15, radunare gente in anfiteatri con maxischermi e gerarchie persino iscritte nell'architettura non ha più alcun senso operativo in un mondo interconnesso: è un rituale, non un'esigenza. L'ufficio è il QG del dirigente medio: puro cerimoniale d'epoca, che però tiene in piedi un intero indotto in cui i più sgobbano e non ricavano granché mentre pochi fan grandi affari.
Il rituale ha pure un perché misurabile: la ricerca di Elsbach e colleghi mostra che l'osservazione passiva (un tempo "l'occhio del padrone che ingrassa il bue", oggi senza senso perché misuriamo i risultati al computer assai meglio), il semplice esser visti alla scrivania, senza alcuna interazione, basta da solo a far percepire un dipendente come affidabile e impegnato: basta esser visti in ufficio nelle ore previste, ed essere visti fuori orario rende ancor più dedicati16. La presenza fisica è un segnale letto come virtù: il rituale d'ufficio non produce lavoro, produce la percezione del lavoro, ed è esattamente ciò che il controllo gerarchico difende, spesso incapace a misurare altrimenti il lavoro.
La città macchina (intenibile) della rendita
Casi come 432 Park Avenue a New York mostrano la fase terminale del ciclo: la città non è più un luogo di produzione, è pura speculazione. Il modello verso cui punta è quello auspicato senza imbarazzi dal World Economic Forum già nel 2016, il celebre «8 previsioni per il 2030»: "you'll own nothing, have no privacy, and life has never been better"17. Il locatario perenne, il consumatore senza proprietà: la città densa è il contenitore perfetto di quell'uomo. Chi ne sta fuori, chi lavora da casa, produce dove abita, non paga rendita urbana, dimostra che un'altra società è non solo possibile ma già parzialmente in atto e quindi porta alla ribellione dello schiavo economico in urbe che NON vive in realtà bene ma è costretto a sorridere per esistervi. Per questo per il grande capitale il telelavoro è intollerabile.
Il progetto è antico: è la sharing economy in tutte le sue varianti, quel che Saskia Sassen chiama l'outsourcing di ogni cosa18: le cose che usiamo puntualmente e poi stan ferme a vegetare, la macchinetta del caffè che eroga tre caffè al giorno, la lavatrice che fa un lavaggio ogni uno-tre giorni, messe in comune, insieme alle auto, agli edifici, persino ai vestiti: si viaggia leggeri, tutto a noleggio, l'unica peculiarità "nostra" è il login su qualche app. La narrativa è l'efficienza; l'effetto, descritto da Marcuse quando ancora la smart city non esisteva, è il ritorno al proletariato: braccia da lavoro, robot di carne sostituibili ove la tessera a punti (social score) e l'identità il suo login19. E per gestire il comune serve che tutto sia interconnesso e centralizzato, sennò come si garantisce la disponibilità del servizio? Nemmeno l'efficienza è vera: costruiamo molto di più per aver appartamenti che son solo dormitori e uffici usati nell'orario di lavoro, mari di materie prime sprecate per metà giornata, e poi si fa la spola ogni giorno per consumare. Il fine è un altro: il cittadino senza nulla non ha nulla con cui sostentarsi se si ribella, il vecchio panem et circenses che nel neofeudalesimo non dà nemmeno più il pane, solo servizi a consumo.
La proprietà privata, oggi spacciata come nemico da eliminare, millantando per beni comuni i beni dei giganti e la loro condivisione, in effetti briciole hayekiane fatte cadere sul popolo per evitare rivolte, come gesto sociale, implica che il singolo non è marionetta, ha qualcosa da perdere e non vuole esser sballottato là dove il gigante lo vorrebbe. Per chi non ha nulla Mosca, Toronto, Tokyo sono quasi uguali per vivere, non ha che le braccia, nuovo operaio delle fabbriche britanniche del tempo delle enclosures, dove il contadino da lavoratore della terra, bene comune, con surplus che pagava al signore, diventa operaio senza nulla pagato con denaro che può solo comprare ciò che il padrone mette in vendita, alle sue regole.
La spinta contraria non è solo di chi perde
Esiste anche dal basso, e qui la dinamica merita attenzione: la massa, intesa nel senso di Ortega y Gasset20 e da ben prima dal celebre Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie21, è reazionaria, terrorizzata da ogni cambiamento anche quando il cambiamento la avvantaggia, schiava dell'abitudine, il solo mondo che conosce. È il paradosso descritto in tempi moderni da Thorstein Veblen22: il consumo ostentativo è un comportamento sociale prima che economico. Le code agli Apple Store per un prodotto che sarà comodamente acquistabile poche settimane dopo non sono un comportamento d'acquisto, sono una prestazione sociale. Le folle che si accalcano per comprare Labubu, bamboline sostanzialmente senza scopo, pagate a prezzi assurdi per ciò che materialmente sono, la versione umana del celebre esperimento di Calhoun, la fogna del comportamento23: i comportamenti collettivi degradati che la città densa produce e amplifica perché è fatta per farli circolare, l'economia per i pochi sulle spalle dei molti. Il senso di sicurezza che lo schiavo prova a vedersi parte di una grande macchina non sua, con tutti gli ammennicoli che gli si dice esser lusso.
Infine un punto delicato storico è che la città non era solo rendita, era anche l'agorà. Ma l'agorà oggi la fa internet. La piazza fisica dove si è isolati nella folla è ormai soprattutto il palcoscenico della fogna del comportamento. L'università in presenza, la lezione frontale, non han più senso, restano come rituale, conformismo. Così come a difendere il rituale d'ufficio e della piazza non è una necessità comunicativa: è la nostalgia di un controllo gerarchico che ha bisogno di vedere i suoi dipendenti seduti alle scrivanie, e per questi sentirsi parte di qualcosa di grande anche se non loro, aver qualcuno che guida le loro vite così che non debbano pensare da sé. Il popolino solidarizza con chi lo munge perché ha il terrore dell'ignoto, sente di perdere la sicurezza di star sotto le sottane del padrone. Questo fenomeno va superato per poter cambiare.
Limiti fisici e tecnici della città densa
Mentre si discute di ritorni in ufficio, evidentemente inefficaci giacché gli uffici restano mezzi vuoti, il quiet quitting è stellare, le riunioni in presenza si fanno largamente da remoto perché lo schermo personale, condivisibile, la chat, sono più comode di laptop+proiettore; il materiale prevalente dell'edilizia e delle infrastrutture civili del '900 si sfalda e non può esser salvato né rifatto su scala, menchemeno sul posto (per impatto dei cantieri, evoluzioni normative e costi folli), il suo fine vita un tempo ritenuto sine die, eterno, oggi sappiamo esser una cinquantina d'anni, il degrado del cemento armato per corrosione delle armature è ormai materia da letteratura tecnica2425. Un parco immobiliare urbano costruito in massa negli anni del boom è un passivo da smaltire, non un patrimonio. Terrà ancora qualche anno, poi tracollerà portando con sé chi non ha venduto in tempo.
La città non può evolvere
Un tempo c'era la posta che consegnava lettere, i pacchi erano una rarità. Abbiamo quindi fatto palazzi con la parete di cassette apposite, soluzione efficiente per allora: un postino parte dall'ufficio di zona, con le lettere già divise nella borsa a soffietto, un palazzo alla volta in ordine di numero d'appartamento, e come un robot smista le buste nelle cassette giuste. Sistema ottimo. Poi è arrivato il retail on-line, i rari pacchi sono divenuti il grosso delle consegne, e non c'è spazio né modo di ricavarlo per « casette da pacchi » di dimensione adeguata, il postino non può più andar a piedi e non c'è spazio per lasciare il furgone mentre consegna. Una banale evoluzione, un tale disastro. Nella smart city proprietà-unica il problema si "risolverebbe" rilocando un negozio su quattro per farne un punto pacchi, e qui sta il punto: il negoziante non ha nulla, per lui una città vale l'altra, vive nel suo raggio di un quarto d'ora a piedi e non vede differenza sostanziale tra Tokyo, Parigi, Mosca o New York. È l'abitante-asset della novella Fordlandia26, scambiabile a piacere tra polis del neofeudalesimo27.
La radice del problema è strutturale: la città non è modulare. Non sono più edifici individuali a cui allacciare acqua, scarico, elettricità, fibra e strada; è un unico sistema interconnesso. Cambiarlo vuol dire riprogettarlo, e non c'è spazio per cantieri che non siano incubi per la circolazione. Come ho dettagliato nella miniserie contra polis tempo fa, nella case sparse il passaggio dalle lettere ai pacchi è stato semplicemente metter una capannetta in giardino, al limite di proprietà al posto della cassetta postale; l'auto volante avrebbe il giardino dove atterrare, il fotovoltaico il tetto, le pompe di calore il terreno e garage, la consegna diretta ottima chi telelavora ed è in casa durante la distribuzione come per la logistica dove un solo furgone serve n famiglie senza più il supermercato aperto al pubblico. Sparsi si evolve, con molteplici opzioni tra cui sperimentare. Densi no: ogni singola tecnologia del new deal, fotovoltaico, pompe di calore, EV, droni, che nelle sezioni seguenti sembra una critica a parte è in realtà lo stesso teorema, tre volte: l'infrastruttura urbana non ha margine di adattamento, e chi non può adattarsi è già fossile. Tanti dopo Fordlandia o la Company Town di Pullman han provato a rifare da zero la città, Neom, StarBase di Musk e le Freedom Cities USA, Songdo, Masdar, PlanIT Valley, Lavasa, Telosa, Prospera, Ordos, Santander city, Toronto Quayside (Google Sidewalk Labs), Amazon HQ2, La NCA al posto del Cairo in Egitto, le 100-Smart cities di Modi in India, Arkadag, Innopolis, Nusantara, … il 100% di fallimenti, le città si sono fermate sul nascere con budget sforato enormemente, le poche arrivate ad aver abitanti si sono rivelate le distopie evidenti. Non c'è proprio margine per questo vecchio modo di vivere che ha servito l'umanità con difetti e vantaggi per millenni. Il progresso, come sempre, ne ha decretato la fine.
Il New Deal, incompatibile con la città
Il fotovoltaico funziona benissimo in larga parte del globo, in autoconsumo, ma è pessimo nelle reti elettriche disegnate per grandi centrali e masse di consumatori, il cui assorbimento giornaliero è predicibile su aree sufficientemente vaste e varia lentamente nel corso della giornata, permettendo di adattare l'output delle grandi centrali. La letteratura tecnica sul fotovoltaico con accumulo conferma che il vero valore è la resilienza: in caso di blackout l'impianto autonomo si isola e continua a servire i carichi critici, un bene che le reti centralizzate non possono dare28. Le pompe di calore sono ottime su corte distanze di tubo, scarsissime altrimenti: la casa o il capannone persino con pompe di calore aria-aria è efficiente secondo latitudine; il palazzo con delle aria-acqua centralizzate no, come provano le lamentele per il pessimo comfort estivo e scarso invernale di ogni nuovo edificio, come ha dimostrato sul campo chi, ai giochi olimpici di Parigi, ha dovuto comprare al volo uno split per le stanze degli atleti.
Le EV, poco usabili senza garage
L'auto elettrica si sposa con la casa e il capannone con fotovoltaico e sistemi V2H integrati (pochi i commerciali correnti: Sigenergy, piuttosto che Ferroamp per fare nomi, pochi perché non si vuole dar autonomia energetica ai più). È perfetto in un mondo di case sparse, non troppo distanti, mixate a capannoni, l'elemento mancante nelle suburbi USA, che furono disegnate apposta per far viaggiare in auto. Tagliare l'itinere dei lavori d'ufficio permette di lavorare addirittura in casa per varie figure: il panettiere che vive al primo piano e ha bottega al piano terra in un edificio semi-autonomo con il fotovoltaico di un paio di piani; il dentista con casa e ambulatorio sullo stesso terreno, l'ambulatorio come leggero capannone isolato moderno. Si viaggia quindi meno, lo si fa in EV caricando largamente in casa propria (lo testimonio in persona) e non si han più problemi di traffico. In città invece sempre per togliere proprietà privata si punta al taxi autonomo, sapendo bene che metro e bus sono economicamente insostenibili: i biglietti coprono ovunque solo una frazione dei costi eserciti29, i trasporti pubblici as es. in USA accumulano da soli 140 miliardi di dollari di manutenzione arretrata, col ~30% dei treni metro in condizioni pessime o marginali30, le agenzie cadono una dopo l'altra dal "dirupo fiscale" appena finiscono i sussidi31. Tutto questo per reti efficaci solo su certe tratte e in certi orari: fuori dai picchi e dai corridoi serviti la frequenza crolla e si entra in un circolo vizioso servizio tagliato → passeggeri persi → servizio ancora tagliato31. Il taxi autonomo, auto in effetti, potrebbe dare mobilità, ma limitata: i costi per miglio potrebbero scendere sotto quelli dell'auto privata32, però resta il problema della sua ricarica e dei chilometri a vuoto verso i depositi, uno dei principali ostacoli alla redditività33, e soprattutto l'assenza di resilienza in sistemi connessi e centralizzati.
La tecnologia popolarizza e semplifica
Dall'elettrocardiografo da grandi dimensioni al palmare corrente, dalla risonanza magnetica che occupava interi fondi di un edificio alla macchina in una stanza: la tecnologia ha reso sempre più piccole e meno costose le macchine in genere. Il fenomeno più vistoso è l'ecografia: da carrello da ospedale da decine di migliaia di dollari a sonda palmare nel prezzo di uno smartphone, capaci peraltro di ricoprire più modalità (convessa, lineare, phased) su un solo sensore, con programmi che le portano anche nei paesi a basso reddito34; e la risonanza che un tempo occupava il seminterrato oggi ha controparti compatte, mentre sul mercato l'accesso al macchinario diagnostico è cambiato di ordine di grandezza (risonanze compatte, CT entry-level e ricondizionate sotto i cento mila dollari)35. Il divario residuo non è di costo macchina ma di accesso: meno di una TAC per milione di abitanti nei paesi a reddito medio-basso contro ~40 nei paesi ricchi36, ed è un divario che la miniaturizzazione e la telemedicina possono colmare laddove l'ospedale-fortezza non arriverà mai. Gli ospedali possono quindi essere piccoli pur avendo i macchinari necessari, con la telemedicina possono avere consulti specialistici al bisogno.
Sono davvero poche le attività esistenti oggi che ancora richiedono grande concentrazione, e non è un'opinione: ogni robot aggiunto soppianta alcuni addetti senza crearne di nuovi altrove nel distretto37. Le attività che restano tendono ad esser sempre più dark factories: FANUC produce robot con robot dal 2001, con i "luci spente" letterali, persino condizionamento e riscaldamento spenti, fino a 30 giorni di lavoro senza supervisione; Philips rasoi elettrici con 128 robot e 9 addetti al controllo qualità; Xiaomi uno stabilimento da 10 milioni di smartphone l'anno su 11 linee completamente automatizzate38. Come i grandi porti per i containers: il terminale di Qingdao Qianwan, primo asiatico completamente automatizzato, lavora nel buio notturno totale, ha tagliato i costi lavoro del 70% e gli addetti per nave da 60 a 9, con efficienza +30%39. Non è un'utopia tecnologica: è il presente, che semplicemente non ha ancora cambiato la forma delle nostre città nell'UE obsoleta.
In un mondo che cambia serve cielo più che strada
L'evoluzione verso i droni non è ancora qui, ma è quanto mai necessaria in un mondo che cambia, dove le strade sono troppo lente e costose da mutare al bisogno. Il rapporto dell'EASA sulla mobilità aerea40 si preoccupa della sua accettazione, e la chiama urbana, ben sapendo che tale non è. Questa mobilità è pensata per i pochi benestanti che vivranno fuori città, nella natura, e si dovranno recare di tanto in tanto in città per qualche motivo, magari atterrando sul tetto di un edificio. Non è pensabile come servizio pubblico, non è pensabile diffusa sopra un'urbe densa priva di aree adatte all'atterraggio ordinario né al contenimento dei danni in caso d'emergenza. È invece perfetta per la densità ridotta ed i piccoli edifici dove lo spazio c'è. Non è un caso che quasi ogni pubblicità o video dimostrativi di droni da trasporto umano sia in campagna, a da/verso la città, restandone fuori: come il volo pubblico dell'XPeng X2 a Dubai, decollato dallo spiazzo di un'area fieristica e non da una via urbana41, o le prove della Jetson One sopra campi aperti.
Come si migra?
Questa parte sarà oggetto di futuri articoli, il presente è già troppo lungo, ma per dare un po' di punti e spunti:
- il telelavoro è la chiave, in periodo di crisi taglia i costi all'azienda e al lavoratore, permette di deurbanizzare senza cambiare lavoro che sarebbe l'ostacolo primario per tutti
- incentivi alla ricostruzione di case e capannoni, limitati alle aree idrogeologicamente stabili localmente (no frana, no alluvione sull'immobile, poco importa per i dintorni), non locabili per un tot di anni, così da limitare la speculazione, a condizione che siano classe A, semi autonomi, sviluppando l'urbanizzazione minima necessaria in quei luoghi adatti a costruire, offrendo i minimi servizi pubblici del caso (sanità, scuole elementari e medie)
Sono gli elementi di base, la riforma dell'economia è de facto già descritta in un altro mio pezzo che spiega la moneta. Sarà sistemato in futuro come il presente ma diciamo che è già più che sufficiente per orientarsi. Quel che manca è come far diffondere la consapevolezza necessaria a innescare il cambiamento. Senza questa, senza una massa che lo impone nessuno statista sano di mente si metterebbe contro le banche.
Conclusione
Il quadro che emerge è questo: una famiglia di tecnologie (TLC+desktops, fotovoltaico, EV, telemedicina, droni) del nostro tempo, giustamente viste come presente e futuro, rende la dispersione leggera più efficiente della densità pesante; una città il cui parco edilizio sta scadendo ed è inadattabile al new deal, è un eccesso di densità per l'economia di scala moderna, un buco nero economico, un'architettura sociale in cui la piazza e l'ufficio sopravvivono come ritualità, tenuti artificialmente in vita perché sostengono la rendita e il consumo ostentativo; e una massa che difende le proprie catene per abitudine non sono sostenibile a lungo. Serve un cambio di paradigma.
Questo articolo è una prima tessitura di spunti, per aiutare chi ha già iniziato ad avvertire qualcuno degli elementi citati, senza averne disegnato ancora una mappa completa quanto basta, e serve anche a me da mappa per sviluppare una tesi futura che vuole essere un modello economico completo, tecnicamente possibile, per risolvere quei problemi oramai insostenibili del presente.
Manca qui l'analisi di come migrare dal paradigma morente ancora al comando oggi ed il nuovo, il telelavoro per me è la chiave e i miei vecchi articoli « contra polis » torneranno in tal senso aggiornati spiegando questa chiave e una serie di passaggi necessari con le loro tempistiche per arrivare al nuovo modello.
Note
Long et al., «Climate mitigation potentials of teleworking are sensitive to changes in lifestyle and workplace rather than ICT usage», PNAS 120(39), 2023. doi.org/10.1073/pnas.2304099120
«Environmental impacts of remote work», Buildings 12(4), 2022. doi.org/10.3390/buildings12040463
Global Workplace Analytics, «Remote, Hybrid & Distributed Work Savings Potential», direttamente sul loro sito.
Dingel & Neiman, «How many jobs can be done at home?», Journal of Public Economics 189, 2020. doi.org/10.1016/j.jpubeco.2020.104235
Nicholas Bloom, James Liang, John Roberts, Zhichun Jenny Ying, «Does Working from Home Work? Evidence from a Chinese Experiment», Quarterly Journal of Economics 130, 2015. doi.org/10.1093/qje/qju032
Samek Lodovici et al., «The impact of teleworking and digital work on workers and society», Parlamento europeo, 2021. IPOL_STU(2021)662904 (PDF)
«Impatto dei costi itinere», Energy and Buildings, 2020. doi.org/10.1016/j.enbuild.2020.110298
Riccardo Crescenzi, Davide Dottori, Davide Rigo, «Work from home, labour market participation and employment», Questioni di Economia e Finanza n. 958, Banca d'Italia, luglio 2025. QEF 958 (PDF)
IFPEB, «Télétravail et sobriété, Étude II Phase 2», 2023. ifpeb.fr — Étude II Phase 2 (PDF), slide riassuntive
ADEME, «Télétravail et fermeture ponctuelle des bureaux: quels impacts environnementaux?» il report ADEME completo, richiede una registrazione gratuita, non spammano.
Il Sole 24 Ore, «Con smart working possibile taglio emissioni CO2 al 75 per cento» articolo senza paywall sul loro sito.
Franz J. Hinzen et al., «Too-Many-to-Ignore: Regional Banks and CRE Risks», Wharton, 2025. wharton.upenn.edu (PDF)
Kastle Systems, «Back to Work Barometer», dati di occupazione uffici su letture badge in dieci aree metropolitane USA, ferma a metà circa rispetto al picco pre-pandemia. kastle.com — Barometer
«Il senso (assurdo) dei quartier generali» mio articolo di qualche tempo fa.
Kimberly D. Elsbach, Dan M. Cable, Jeffrey W. Sherman, «How passive 'face time' affects perceptions of employees: Evidence of spontaneous trait inference», Human Relations 63(6), 2010. doi.org/10.1177/0018726709353139
World Economic Forum / Forbes, «Shopping? I can't really remember what that is…», 2016 vedi la copia su archive.org.
Saskia Sassen, Espulsioni. Brutalità e complessità nell'economia globale, 2014: la sharing economy come "outsourcing" di ogni cosa. ISBN 978-8815279330
Herbert Marcuse, L'uomo a una dimensione, 1964: la società unidimensionale che assorbe ogni opposizione nel consumo; Anche su Archive.org
José Ortega y Gasset, «La rebelión de las masas», 1930. Internet Archive
Thorstein Veblen, «The Theory of the Leisure Class», 1899 («Teoria della classe agiata»), sul consumo ostentativo. wikipedia.org — Teoria della classe agiata
O behavioral sink, esperimento dell'etologo USA John Calhoun dai tardi anni '40 ai primi anni '60 su una colonia di topi con abbondanti risorse e nessun predatore o fattori climatici avversi ma eccessivamente densa. Salendo la densità iniziarono comportamenti aberranti e la popolazione si estinse, non riprendendosi manco sfoltendo le unità. wikipedia — Fogna del comportamento
Documentario sul fine vita del cemento armato, un po' prolisso ma meritevole su youtu.be/MJBz66H5QIU
Come punto d'ingresso della letteratura tecnica: «Durability, service life prediction, and modelling for reinforced concrete structures — review and critique», Cement and Concrete Research, sciencedirect.com
Come dettagliato nel vecchio post «Sul futuro dello sviluppo umano — contra polis»: la smart city come novella Fordlandia, di proprietà di qualcuno che non vi abita, gli abitanti come asset scambiabili. Vedi anche wikipedia.org — Fordlândia.
Sul neofeudalesimo: Yanis Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, 2023, ISBN 978-8834615850 fra gli altri autori che usano il termine.
Sul valore di resilienza di fotovoltaico e accumulo distribuiti in caso di interruzione di rete: NREL, «Valuing the Resilience Provided by Solar and Battery Storage Systems» nrel.gov (PDF)
Il rapporto fra incassi biglietti e costi esercizio (farebox recovery ratio): quasi nessun sistema al mondo si paga con i soli biglietti, i più "virtuosi" si fermano intorno al 100% su poche linee, la maggioranza sta molto sotto. Panoramica in Farebox recovery ratio; per i sussidi federali USA, Bureau of Transportation Statistics, «Federal Subsidies to Passenger Transportation»: il transito collettivo è il secondo destinatario di sussidio per miglio-passeggero dopo il rail, bts.dot.gov
FTA / Volpe Center: 140,2 miliardi di dollari di manutenzione arretata sugli asset del trasporto pubblico USA, quasi il 30% dei treni metro in condizioni pessime o marginali. Sintesi: Pew Charitable Trusts, giugno 2025, pew.org — Cost for Repairs to U.S. Transit Assets
Urban Institute via TransitCenter, «Surmounting the Fiscal Cliff»: le agenzie di transito affrontano crisi finanziarie croniche, tagliano il servizio dove la domanda è più debole, il che fa calare ulteriormente i passeggeri. transitcenter.org — Surmounting the Fiscal Cliff
McKinsey stima che il costo per miglio di un robotaxi possa scendere sotto quello dell'auto privata: rimuovere l'autista, ~60% dei costi di un servizio taxi, cambia l'economia del gioco (es. soglia di utilità sotto la quale possedere un'auto non conviene più che scendere da ~12.500 a ~12.000 km/anno in città). all-about-industries.com — sintesi studio McKinsey (CES 2026)
I deadhead miles, i chilometri a vuoto verso i depositi per carica e pulizia, sono uno dei principali ostacoli alla redditività dei robotaxi. techcrunch.com — Aseon Labs e i deadhead miles
Il caso esemplare è la Butterfly iQ+: sonda ecografica palmare collegata allo smartphone, più modalità su un solo sensore ("una sonda, tutto il corpo"), con programma Global Health per portarla nei contesti a risorse limitate. Panoramica del dispositivo e del programma: appropedia.org — Butterfly iQ+ Global Health
L'accesso a macchinario completo si è spostato di ordine di grandezza: CT entry-level e ricondizionate fra i $90.000 e $130.000 contro i $200-300.000 del top. Vedi CT Scanner Price Guide.
Meno di 1 TAC per milione di abitanti nei paesi a reddito medio-basso contro quasi 40 nei paesi ricchi, divario ancora più ampio per risonanza e medicina nucleare. «How to improve access to medical imaging in low- and middle-income countries», eClinicalMedicine (The Lancet), thelancet.com — eClinicalMedicine
Acemoglu & Restrepo: ogni robot per mille lavoratori riduce l'occupazione dell'area e i salari, senza compensazione in altri settori del distretto; in Francia le imprese che robotizzano crescono in produttività ma l'occupazione del settore cala. Sintesi: MIT Sloan.
FANUC (già dal 2001, ~50 robot per turno, 30 giorni unsupervised, aria e calore spenti), Philips (128 robot, 9 addetti QA), Xiaomi (10 milioni smartphone/anno, 11 linee automatizzate): wikipedia.org — Lights out (manufacturing)
Qingdao New Qianwan Container Terminal (QQCTN), operativo da maggio 2017, primo terminale container completamente automatizzato d'Asia: costi lavoro -70%, efficienza +30%, addetti per nave da 60 a 9, operante anche in totale oscurità notturna. apmterminals.com — QQCTN; sul contesto dei porti automatizzati (Rotterdam Maasvlakte II, ecc.): dockervision.com — Fully Automated Container Terminals
report EASA, «Study on the societal impacts of urban air mobility». UAM full report (PDF).
XPeng Aeroht X2, primo volo pubblico a Dubai durante il GITEX 2022, da un'area fieristica technology.org