Stimolato da alcune dialoghi recenti m'è venuto voglia di buttar giù due righe che in effetti non sono mie ma un'idea ricorrente nel pensiero politico storico, da Macchiavelli alla teoria rivoluzionaria, ovvero che quando si crea un'istituzione si cerca di imporre conformismo per garantire stabilità, per poter impiegare soggetti subottimali ma necessari, per garantirsi fedeltà. Orbene quando i membri di un'istituzione han interiorizzato questa cultura organizzativa reazionaria, l'unica via di uscita sarebbe la distruzione e la rifondazione. La political economy contemporanea offre a questa intuizione un fondamento analitico che merita di essere ripreso, ma il pezzo vuole esser un post generico non ricerca scientifica.
Come si arriva alla non riformabilità
L'istituzionalismo storico descrive il cambiamento come un'alternanza di lunghi periodi stabili e improvvisi terremoti, causati da crisi esogene (guerre, cataclismi, …) o endogene (il sistema raggiunge uno stato in cui le regole usate sino a quel momento non funzionano più così tanto che è impossibile ignorare i problemi e continuare).
Le istituzioni però cercano di riprodurre se stesse, perché i costi di uscita dalla traiettoria e l'incerto sono enormi1 e costantemente crescenti, d'altro canto i singoli umani al loro interno han una posizione ancora comoda e una speranza di carriera ben meno incerta di tentare una rivoluzione, sono quindi conformisti, reazionari. Loro stanno meno peggio degli altri e cambiare li mette a rischio.
Per chi vuole un po' di scienza, visto che alcuni si son lamentati che scrivo per massime senza dare materiale a supporto, Mancur Olson2 analizzando l'ascesa e la caduta delle nazioni ha osservato che le le istituzioni mature accumulano coorti reazionarie che bloccano ogni evoluzione e storicamente solo shock come guerre, collassi sociali, rivoluzioni violente han rotto questi gruppi di potere permettendo una rifondazione. Per dirla altrimenti, anche se in letteratura c'è chi ipotizza il cambiamento incrementale nella storia questo è assai raro o comunque è limitato, avvenendo più che per evoluzione accettata per silenziosa erosione dello status quo o mero cambiamento generazionale. Di nuovo per chi vuole riferimenti cerchi informazioni sul gradualismo3.
Chi ne ha fatto una religione
Beh, il primo alfiere ben noto ai più è Schumpeter, con la teoria della distruzione creatrice, e persino i relativi critici alla fine riconoscono che per quanto vedano possibili cambiamenti poi quel che accade sono rivoluzioni4
Costoro voglio la guerra come necessaria distruzione creatrice, necessaria terapia dello shock (non volete una reference anche per questo vero?) perché altrimenti il reazionarismo combinato del popolino bove e dell'élite impedisce il cambiamento con danni peggiori ancora.
Una porticina aperta
Come cambiare con shock minori, magari in quantità maggiore? Beh, oggi, ed è da una di queste discussioni che ho preso spunto, il declino delle università statali e l'ascesa delle telematiche, mostra che qualcosa cambia. Cosa non cambia? Ad es. la negazione del telelavoro massiccia cui sinora i più han risposto con quiet quitting e non con dimissioni di massa organizzate per protesta, scioperi oceanici per imporre il cambiamento, ben consci che comunque non facendolo si andrà solo che di male in peggio.
Quindi la porticina che il cambio generazionale e il lasciarsi andare possano far qualcosa resta, ma temo sia troppo piccola per poter bastare.
es. classico https://doi.org/10.2307/2586011 ma anche https://api.semanticscholar.org/CorpusID:43822271
es. https://doi.org/10.2307/3089873 analizzando 4 paesi del Sudamerica da fine '800